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Se è vero che titoli come The Chronicles of Riddick: Escape from Butcher Bay (Starbreeze Studios, 2004) o Transformers (Melbourne House, 2004) sono riusciti a sfatare l’assunto per il quale i tie-in sono classificabili alla stregua di prodotti qualitativamente altalenanti che affidano la salvaguardia del proprio successo commerciale alla licenza, è anche veritiero che Bandai con I Cavalieri dello Zodiaco: Il Santuario ci ricorda che simili avvenimenti erano solo le eccezioni che confermavano la regola. Il titolo della softco giapponese, recentemente in forma smagliante dopo il valido DBZ Budokai 3, è un collage di aspetti negativi e superficialità che denotano la scarsa cura profusa nella realizzazione del prodotto, le cui attrattive risultano invero poche.
Prima di essere un beat’em up a incontri vantante un profondo sistema di combattimento (definizione da cui il prodotto Dimps rifugge prepotentemente), Il Santuario è un’affollata galleria di cut-scene atte ad avvalorare il discreto impianto narrativo e nascondere, tra i continui siparietti dei validi combattenti, un’azione di gioco ostentante evidenti carenze. Al giocatore è chiesto di sorvolare su un carnet di mosse ridotto all’osso, sulla totalitaria mancanza di profondità negli scontri e su alcune modalità di gioco opinabili che contribuiscono a consolidare l’impressione che l’unico fruitore felice di un simile titolo possa essere solo ed esclusivamente il fan della serie. La modalità “Dodici Case” costringe all’utilizzo di lottatori predeterminati, seguendo pedissequamente quanto visto negli anime, ovvero sfidando in sequenza i dodici cavalieri d’oro e arrivando allo scontro finale con Ares, con colpi di scena annessi e connessi. E’ proprio questo l’aspetto più curato di un gioco che, pur non potendo vantare filmati di fattura sopraffina (poiché realizzati col motore grafico del gioco, che per modelli poligonali lascia adito a più d’un dubbio), supplisce a questa mancanza inserendone un numero spropositato e anticipando quindi gli scontri con cut-scene che ricalcano fedelmente quanto visto nella serie tv.
Se è indubbio che dal punto di vista contenutistico (personaggi, extra, retroscena) I cavalieri dello Zodiaco possa rendere felice l’appassionato della serie, è altrettanto vero che il novero delle features che siamo soliti definire “gazzosa” non riesce certo a salvare un titolo che affoga nel mare della mediocrità. Schede dei personaggi, musiche, il valzer di continui filmati non colmano la lacuna di un sistema di combattimento insapore, sia negli scontri uno contro uno, sia negli sporadici tentativi di variare tentando la strada del picchiaduro a scorrimento. Sorvolando su una longevità ridotta ai minimi termini e l’inopportuna scelta del parlato in giapponese o in francese (adeguatamente sottotitolati in italiano), Il Santuario propone un reparto grafico non certo all’altezza della situazione. Modelli poligonali poco curati, frame rate ballerino nelle situazioni di incandescenza e arene non certo trascendentali per realizzazione, si oppongono ad armature discretamente curate e alcuni effetti speciali apprezzabili, senza voler neanche lontanamente raggiungere un quarto dei fasti visivi di Tekken 5 e anzi aggrappandosi a malapena al livello della sufficienza. Anche il reparto audio non convince, trovandosi addirittura mancante della colonna sonora originale e proponendo un parlato rigorosamente in lingua giapponese o francese.
Non potendo contare su una realizzazione tecnica che si rispetti, né su un sistema di combattimento profondo e avvincente, I cavalieri dello Zodiaco: Il Santuario affida la salvaguardia del proprio successo commerciale solo ed esclusivamente alla blasonata licenza. Ricco di contenuti, ma d’altro canto mal sviluppati, il titolo Bandai soffre a più riprese di una superficialità nella realizzazione che si estende a molteplici frangenti e gli impedisce di raggiungere la sufficienza. Il classico tie-in.
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