Siamo nel crepuscolo di un giorno del 1889, sotto il grigio cielo di Torino, dove un atto di desolante compassione avvolge il destino di un cavallo e del filosofo Friedrich Nietzsche. Il pensatore tedesco, nel gesto estremo di abbracciare la maltrattata creatura, sprofonda in un abisso di follia dal quale non tornerà fino alla fine dei suoi giorni. Ma è il destino dell'animale a invocare il nostro sguardo, lasciandoci a domandare: che fine ha fatto il cavallo di Torino?
Il regista visionario Béla Tarr ci guida in un viaggio ipnotico attraverso questo enigma, tessendo una narrazione che affonda le sue radici nel tempo e nell'anima umana. Conosciamo così l'uomo al termine della frusta, un contadino di umili origini, che cerca di sopravvivere attraverso le faticose commissioni che porta a termine con il suo carretto trainato dal cavallo. La creatura, un tempo vigorosa, ora è un'ombra stremata, lottando contro una salute in declino ma rimanendo fedele ai comandi del padrone.
Il contadino e sua figlia sono i silenziosi testimoni di questo struggente declino che minaccia la loro stessa esistenza. La vita del cavallo si spegne lentamente, come una candela al vento, e con essa si dissolve la speranza di un'affranta quotidianità.
"Il cavallo di Torino" non è solo la cronaca di un addio alla vita, ma è il ritratto dell'inquietante silenzio che si posa sulle cose quando l'ultimo respiro si consuma. Un film che incanta e turba, un'opera ultima e definitiva che ci invita a riflettere sulla fragilità delle esistenze legate indissolubilmente alla natura e al fato.